venerdì 28 settembre 2012

And all I ever needed was the one

[The One - Elton John]


Quando ho conosciuto Matilda non sapevo sarebbe stata la donna della mia vita.

E anche adesso che il mio compagno di cella mi sta spaccando il cranio sul bordo della branda, non posso fare a meno di pensare a lei.

Il suo sorriso, la prima volta che ci siamo visti, mi ha illuminato la giornata. Ed è stata una cosa estemporanea, io nemmeno me l'aspettavo. Non credo capiti a molte persone di rendersi conto dell'istante esatto in cui stanno conoscendo la persona con cui passeranno il resto dei loro giorni. La loro metà Platonica. Il più delle volte è solo un pensiero rarefatto, l'idea che da qualche parte nel mondo, in questo momento, ci sia qualcuno dal quale non ci staccheremo mai più.
Eppure, la sera stessa, a casa, mi ero ritrovato di nuovo a pensare a lei. Feci degli incubi, quella notte. Ma potevo sentire ancora la sua presenza tra le lenzuola. Una doccia, una sega. Speravo di esaurire lì l'evento.
E invece il giorno dopo era ancora lì, dove l'avevo incontrata, dove mi aveva sorriso. E alla sera mi ero portato a casa il suo pensiero, come del lavoro da sbrigare più tardi.
I giorni passavano, e lei diventava sempre di più il piccolo centro di gravità permanente attorno a cui ruotavo.  La sua voce era canto di sirena che mi calamitava a se. Il suo profumo inebriava più del vino.
La portavo in tutti i posticini più romantici che conoscevo, le facevo da cicerone in questa città di cemento e rifiuti, trasformandola in un luogo pieno di storia e fascino.

E ogni sera la vedevo risalire in macchina e baciar suo marito.

Matilda era la febbre che mi consumava poco alla volta. Era la gravità che trascinava le mie lacrime al suolo, l'aria che si rifiutava di entrarmi nei polmoni quando singhiozzavo. Vedevo il suo volto in ogni donna e sentivo la sua voce in ogni suono. Ogni volta che il sole mi abbagliava, speravo di vederla comparire tra i suoi raggi a farmi ombra. O a porgermi il suo braccio per stringerci sotto un ombrello nei giorni di pioggia.
Urlavo il suo nome nei tuoni fino a coprirne il rumore. E alla mattina mi risvegliavo di nuovo nel mio letto, fradicio, come se lei fosse la rugiada che mi ricopriva dopo una notte tormentata.

Trovarono suo marito sparso per tutto l'abitacolo, non appena riuscirono a estrarre la carcassa carbonizzata della sua auto dal fiume. Ci era voluto un po', ma alla fine l'avevano recuperato quasi tutto. Non so da cosa l'avessero riconosciuto, probabilmente dal fetore.

Sei mesi di buio e gelo. La mia vita senza Matilda era come l'inverno in Antartide. Sei mesi senza il suo sorriso, ma con l'abbraccio di chi ha sempre bisogno di piangere. Sei mesi con un SMS in cui diceva di voler stare sola. Al funerale, nemmeno sono riuscito ad avvicinarmi. Avrei voluto stringerla e raccogliere ogni sua lacrima, ma tutto quello che ottenni fu un cenno distante, mentre un orda di cornacchie dal culo flaccido la circondavano per mostrarle quanto erano addolorate loro. Loro. Patetiche.

Poi l'inverno lasciò lo spazio alla primavera. E un giorno Matilda mi disse che aveva visto le mie e-mail, quindici, ma che non aveva avuto modo di leggerle. E che un giorno probabilmente l'avrebbe fatto. E che ero stato molto dolce a inviagliele. Una sera la incontrai e  la invitai a casa per cena. Cucinai i migliori piatti che avevo nel mio menu segreto, quello delle grandi occasioni. La musica era giusta, il vino scorreva a fiumi.
Un paio d'ore dopo eravamo a letto, la nostra prima volta. La sfioravo di carezze, la coprivo di baci. Lei affondava le unghie nella mia schiena. Le solleticavo i capezzoli in punta di lingua, ma lei nascondeva il volto nel cuscino e mi stringeva sempre più forte obbligandomi a spingere, e spingere, e spingere fino a farle male.

La mattina era fuggita. Al suo posto il profumo nelle lenzuola.

Nelle settimane successive il suo telefono era sempre spento o irraggiungibile. La casella e-mail era ormai satura e rimbalzava qualsiasi cosa tentassi di scriverle. Il suo profilo facebook cancellato. La cercai nei posti che frequentava di solito, e restavo intere serate in un locale, da solo, sperando che si facesse viva.
Una domenica consumai un intero pieno di benzina girando nel quartiere dove mi aveva detto abitasse. Ero sceso solo per controllare i citofoni di un palazzo, preso dal presentimento che fosse proprio quello dove abitava. E invece niente. Fermai un'inquilina, ma non aveva idea di chi parlassi.

Finchè un giorno arriva una richiesta di amicizia. E Matilda sboccia nuovamente dentro di me come un fiore di campo. E' tornata radiosa come la ricordavo, sorridente che mi pare l'immagine stessa della felicità, abbronzata di vitalità sul bordo di una piscina azzurra come il cielo sotto il quale ci troviamo adesso. L'aria si riempie di una musica assordante, che mi fa dimenticare tutti i periodi bui passati. Scorro nella sua timeline sorridendo, sono quasi commosso. Finchè mi accorgo di un nome ricorrente, un tag assillante di un biondo cretino con la faccia da surfista. E la sua relazione: complicata.
Resto due giorni online sperando si connetta. Appena ho la luce verde la contatto in chat.

E' felice Matilda, dice. Le sono mancato, dice. Ha trovato qualcuno e forse è innamorata, non sa, ma dice.
Ti offro un caffè, dico io. Dimmi dove sei e ti raggiungo in cinque minuti. Il tempo di un caffè. Non un minuto di più. Un caffè. Che è tanto che non ci vediamo, non possiamo salutarci così, via chat. Un caffè. Arrivo. Sono già lì. Scendi che sto arrivando.

Matilda è una di quelle ragazze che è capace di presentarsi in ritardo anche se deve scendere sotto casa. Che sorride come una bambina quando distoglie lo sguardo da te e ti parla di un altro. Che sgrana gli occhi da cerbiatto quando le pallottole le sfondano le costole e atterrano sul cemento coperto di chewing gum e di sputi. Il bossolo che cade a terra fa lo stesso rumore della cinghia del mio compagno di cella, quando si slaccia. Ma io sto pensando a Matilda e sarà un po' come la nostra seconda volta.



martedì 4 settembre 2012

The second only makes you wonder

[Propaganda - Duel]

Marianna era una grandissima amica. Ci conoscevamo dalle medie, dove c'eravamo trovati un giorno, per caso, compagni di banco. Ed era come se, d'improvviso, mi fossi accorto che c'era anche lei, in classe. Un viso di chi dimostra sempre meno anni di quelli che in realtà ha, normale dal punto di vista fisico, mediocre in quello scolastico. All'inizio era solo un nome nell'appello di inizio lezione, ma con il condividere quello spazio così ridotto, avevo imparato a conoscerla e a volerle bene.

Te ne accorgi quando ti trovi a darle un parere da uomo mentre lei riempie il diario con il nome di un ragazzo dell'altra sezione, specie quando lo peschi a limonare selvaggiamente con una di un anno più grande. Quelle volte in cui le tue parole non bastano e allora prendi in prestito quelle che hai sentito nei film. E scopri che, in fondo, funzionano bene e sono loro ad essere tratte dalla vita vera e non viceversa.

Finita la scuola avevamo preso strade differenti ma avevamo comunque continuato a vederci, di tanto in tanto. Un giorno eravamo al parchetto dietro casa sua. Parlava stranamente poco. Rispondeva con frasi appena abbozzate, poche parole talmente concise da sembrarmi insufficienti.

- Tu mi piaci. - Mi disse.

E non del mi piaci del tipo "io e te siamo esseri umani compatibili, potremmo essere parenti". Di quell'altro tipo. Quello che speravi ti dicesse quella della sezione C, l'anno scorso, quando l'avevi aspettata fuori dalla classe ma che cazzo, dove stai andando con la testa? Resta sul pezzo, non pensare ai fatti tuoi.

- E' un bel problema - Le dissi io. O Forse lo pensai talmente forte che mi ricordo di averlo detto.

- Sono piacevolmente sorpreso e onorato - le dissi, realmente - ma, ecco.. detesto con tutto me stesso le frasi standard che si dicono in questi casi. Sono talmente inflazionate che sembrano scuse anche in bocca di chi è sincero. -

- Non c'è problema, ho capito - mi disse senza staccare gli occhi da terra.

- Questo significa che non ci vedremo per un po' - le dissi io. Lei strabuzzò gli occhi e mi fissò sorpresa e perplessa.

- Beh, è ovvio. So che mi sentirei troppo a disagio nell'essere affettuoso nei tuoi confronti per la paura di essere frainteso. E so benissimo che ti fraintenderesti comunque. E' inevitabile.
E finiresti per scassarti il cervello ogni sera pensando se tra noi le cose mai cambierebbero in positivo, e ti iscriveresti a quei gruppi idioti su facebook, un giorno "c'è una persona speciale nella mia vita" il giorno dopo "gli uomini sono scopliti nelle feci di cavallo".

- Credi non sia capace di mantenere un rapporto di amicizia tra di noi?

- Credo sarebbe un accontentarti.

- Sei veramente uno stronzo.

Per la cronaca quella della sezione C pare si sia fatta mettere incinta da un universitario, ma sono quelle storie che girano tra ex-alunni e non sai mai cosa è vero e cosa no.

E, sempre per la cronaca, a Marianna non ho mai detto che non ci saremmo visti per un po'. Le ho detto semplicemente che la cosa mi stupiva, ma di provare a uscire qualche volta e vedere come andava.

Un paio di settimane dopo aveva già espresso tutto il suo potenziale sessuale. Quindi le dissi che quel qualcosa non era scattato, che per me era pur sempre un'amica, che.. beh, adesso l'altra frase non me la ricordo, però era qualcosa che qualcuno vi ha detto una volta e non ve ne siete resi conto.

Dopo un mese con la sua richiesta d'amicizia in sospeso smise di mandarmi messaggi sul telefono.

Tra un mese accetterò.




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